Nel mondo dell’orologeria indipendente, il secondo orologio è sempre il più difficile. Non è più il momento della sorpresa, ma quello della conferma. È lì che si capisce se un brand ha davvero qualcosa da dire oppure no.
Il Fleming Serie I Mark II non è un semplice seguito. È una dichiarazione.


Dietro Fleming non c’è solo un progetto ben costruito, ma una visione estremamente chiara: creare un linguaggio coerente in cui cassa, quadrante e movimento non siano elementi separati, ma parti di un unico sistema.
E con questo Mark II, quella visione inizia a prendere forma in modo definitivo.
Un’evoluzione che non cerca consenso
Due anni dopo il primo modello, Fleming torna senza inseguire il mercato. Nessun compromesso, nessuna rincorsa alle mode. Solo sviluppo.
Il Mark II mantiene le proporzioni della prima generazione, con una cassa da circa 38,5 mm e uno spessore sorprendentemente contenuto, ma ogni dettaglio è stato rivisto. Le linee sono più nette, le superfici più definite, le anse scheletrate ancora più integrate nel profilo generale.

Non è un cambiamento evidente a colpo d’occhio. Ma è proprio questo il punto. Qui si lavora sulla percezione, non sull’effetto.
Le due versioni raccontano due anime diverse.
La Pacific, in tantalio, è più tecnica, più fredda, quasi industriale. Il quadrante blu-verde cambia continuamente con la luce, rivelando livelli e finiture che emergono solo con il tempo.
La Redwood, in oro rosa 5N, è più calda, più emotiva. I toni marroni e dorati richiamano un’estetica naturale, quasi organica.
Due identità, un’unica coerenza.
Il quadrante: architettura e luce
Uno degli aspetti più affascinanti del Mark II è il modo in cui il quadrante interagisce con la luce.
Non si tratta più del guilloché tradizionale. Fleming ha scelto di abbandonare quella strada per costruire qualcosa di più personale. Superfici spazzolate, granulate, lucidate si alternano creando una profondità dinamica, quasi mutevole.

Al centro di tutto c’è un elemento chiave: l’anello lucido nero che attraversa il quadrante. Non è solo un dettaglio estetico, ma un ponte visivo tra cassa e dial. Riprende la fascia centrale della cassa e crea una continuità che rafforza l’identità dell’orologio.
È qui che si capisce davvero il progetto Fleming. Nulla è decorativo. Tutto ha una funzione visiva.
Il calibro: integrazione totale
Il cuore del Serie I Mark II è il calibro FM.02, sviluppato in collaborazione con uno dei nomi più importanti dell’orologeria contemporanea, Jean-François Mojon.
Un movimento manuale sottilissimo, circa 4 mm, capace però di offrire una riserva di carica di 7 giorni grazie a doppio bariletto.
Ma il dato tecnico, per una volta, è quasi secondario.

Perché qui il movimento non è nascosto, né semplicemente rifinito. È progettato come parte integrante del design. Le ruote, i ponti, le geometrie riprendono le linee della cassa e delle anse. Tutto dialoga.
Le finiture sono impressionanti: 189 angoli interni realizzati a mano, anglage profondo, superfici lavorate con una varietà di tecniche che vanno dalla satinatura alla lucidatura a specchio.
Per noi di Horotix, è questo il punto più alto del progetto. Non la complicazione, ma la coerenza.
Una vera limited, per pochi
Il Fleming Serie I Mark II non è un orologio per tutti. E non potrebbe esserlo.
Ogni versione è limitata a 25 esemplari, con un prezzo che supera i 50.000 franchi svizzeri.
Non è una scelta di marketing. È una necessità. Un livello di lavorazione così richiede tempo, competenza, attenzione.
Questo è il tipo di orologio che non si compra per completare una collezione. Si compra perché si riconosce qualcosa.
Quando nasce davvero un brand
Per noi di Horotix, il Serie I Mark II segna un passaggio fondamentale.
Non è più il debutto promettente di un indipendente. È il momento in cui quel progetto inizia a diventare un linguaggio riconoscibile.
In un panorama dove molti cercano di distinguersi con l’eccesso, Fleming sceglie la strada più difficile: la coerenza.
E forse è proprio questa la vera forma di lusso oggi.
Non fare di più.
Fare meglio.


















