Se gli orologi parlassero – Episodio 3: Il GMT Confuso4 min read

Nell’angolo più tranquillo del cassetto, quello dove gli orologi riposano come vecchi signori che aspettano una visita, vive un GMT che non ha mai accettato fino in fondo la sua natura. È un orologio nato per viaggiare, per attraversare fusi orari e città luminose, per raccontare storie di partenze e ritorni. Eppure, ogni volta che la sua lancetta aggiuntiva fa il giro del quadrante, lui sente una specie di piccolo stordimento, come se non sapesse esattamente dove si trova o dove dovrebbe essere. Un orologio confuso, appunto. Ma con una grazia tutta sua.

Il problema è iniziato il giorno in cui è stato acquistato. Il suo proprietario lo aveva scelto con un entusiasmo così grande da spaventarlo: aveva parlato di voli intercontinentali, di aeroporti affollati, di alberghi con vista su skyline impossibili. Il GMT, allora lucido e orgoglioso nella sua scatola, si immaginava già seduto al finestrino mentre sorvolava oceani. Ma poi, per una strana ironia del destino, finì per passare la maggior parte del tempo tra casa e ufficio, scandendo una vita molto più prevedibile di quanto si aspettasse. Il suo secondo fuso orario, invece di inseguire avventure, restava spesso settato sulla stessa ora del primo. Una specie di crisi d’identità orologiera.

Ogni tanto, però, il proprietario si ricordava del suo ruolo speciale e decideva di rimetterlo al polso per dargli un po’ di gloria. Lo indossava durante le riunioni più importanti o nelle giornate in cui si sentiva particolarmente protagonista della propria vita. E il GMT, sentendo quel gesto, si raddrizzava un po’, tirava a lucido la sua lancetta colorata e pensava: forse, anche senza aeroporti, posso ancora fare la mia parte. Ma appena la giornata finiva, tornava nella penombra del cassetto, dove iniziava di nuovo a chiedersi quale fosse il suo vero destino.

Un giorno, però, arrivò un altro orologio nella collezione. Un semplice tre lancette, sobrio, elegante, con un quadrante che sembrava non avere alcuna ansia di dimostrare qualcosa. Il GMT, da principio, non gli diede peso. Era convinto che la sua complessità, quella lancetta in più, quel potere di indicare due luoghi insieme, gli garantissero un certo prestigio. Ma fu proprio il tre lancette a metterlo in crisi. Perché lui, sempre puntuale e sereno, non sembrava soffrire per ciò che non faceva. Non voleva viaggiare, non voleva cambiare, non voleva dimostrare niente. Era, semplicemente, se stesso.

Il GMT iniziò allora a guardarlo con un misto di ammirazione e frustrazione. Come faceva a essere così tranquillo? Non aveva forse anche lui un ruolo da svolgere? Una missione? Una responsabilità verso il polso che lo indossava? Ogni volta che il tre lancette tornava al cassetto dopo una giornata al polso, raccontava aneddoti sereni: il sole che aveva colpito il quadrante, la stretta di mano data ad una collega, la pausa caffè davanti alla finestra. E il GMT, ascoltandolo, capiva che anche quella era una vita. Forse meno avventurosa, certo. Ma comunque piena.

La svolta arrivò una mattina d’autunno, quando il proprietario aprì il cassetto con un’aria indecisa. Doveva andare a trovare un vecchio amico in un’altra città, non lontana, ma abbastanza per valere un cambio di fuso mentale. Guardò i suoi orologi con un sorriso affettuoso. Il tre lancette sembrò pronto, come sempre, ma fu verso il GMT che la mano si mosse. Il proprietario lo sollevò, regolò il secondo fuso con una cura che non mostrava da tempo e lo indossò con il piacere di chi ritrova una parte dimenticata di sé.

Il GMT sentì un brivido. Le sue lancette si misero in moto con una fierezza che non provava da mesi. Non era un volo intercontinentale, non era un continente da attraversare, ma era un viaggio. Una città diversa, un treno veloce, una panchina al parco dove avrebbe segnato un’ora mentre il suo proprietario raccontava storie a un vecchio amico. Era abbastanza. Anzi, era perfetto.

Quando tornò nel cassetto quella sera, non sentì più la confusione di prima. Il tre lancette lo accolse con un cenno silenzioso, quasi un gesto di rispetto. Il GMT sorrise dentro di sé. Aveva finalmente capito che non era la distanza a rendere speciale un orologio. Era il momento. Il luogo in cui sei, la persona che ti indossa, la storia che accompagni. Aveva il dono di un’ora in più, sì. Ma aveva scoperto che anche un’ora normale, vissuta bene, valeva un intero giro del mondo.

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