Heuer Monza, Carrera Black PVD e una De Tomaso Pantera sotto il cielo di Monza4 min read

È tardo pomeriggio. L’aria è ferma sopra l’asfalto dell’Autodromo di Monza. Il sole sta scendendo e il nero comincia a dominare tutto: l’ombra sugli alberi del Parco, la carrozzeria bassa e larga di una De Tomaso Pantera parcheggiata ai box, la cassa opaca di un cronografo che scivola sotto il polsino.

Negli anni Settanta il nero non era una moda. Era una presa di posizione.

Quando Heuer presenta il Monza nel 1976, lo fa per celebrare la vittoria Ferrari nel campionato del mondo. Ma quel rivestimento nero in PVD sulla cassa non è solo commemorativo. È rivoluzionario. È il primo Heuer a vestire completamente il nero, rompendo con la tradizione dell’acciaio lucido e trasformando un cronografo in qualcosa di più aggressivo, più contemporaneo.

Foto by tagheuer.com

Immagina di aprire la portiera di una De Tomaso Pantera. Il metallo emette un suono secco. Dentro, il volante è vicino, il parabrezza basso, il cofano anteriore sembra sparire all’orizzonte. Dietro di te, un V8 Ford pronto a farsi sentire.

Sul polso, il Monza. Quadrante nero, accenti rossi che richiamano le luci posteriori dell’auto, materiale luminescente che aspetta il buio. Dentro, il Calibro 15 — figlio della stagione pionieristica del cronografo automatico — con la sua architettura modulare e la corona decentrata. Non è un movimento aristocratico. È un movimento da paddock.

Foto by tagheuer.com

Accendi la Pantera. Il motore vibra, il volante trasmette ogni micro-movimento. Il cronografo sul polso non è lì per estetica. È lì per misurare. Per partecipare.

Qualche anno dopo, lo stesso nero torna sul Carrera. Ma qui cambia il tono. Se il Monza nasce da una vittoria, il Carrera Black PVD nasce da un’evoluzione tecnica. È meno celebrativo, più professionale. Meno emozione, più strumento.

Foto by tagheuer.com

Il Carrera era già un’icona dal 1963. Negli anni Settanta decide di diventare più duro. Il rivestimento nero lo rende quasi militare. In alcune versioni batte il Valjoux 7750, movimento robusto, diretto, con camme invece che ruota a colonne. È un motore affidabile, concreto, come il V8 della Pantera. Non è raffinato nel senso romantico del termine. È efficace.

Immagina ora la scena in movimento. La Pantera esce dai box. Il nero della carrozzeria assorbe la luce. Sul rettilineo principale, l’ago del contagiri sale con decisione. Sul polso, il cronografo misura il tempo che si dilata e si contrae allo stesso modo in cui lo fa la velocità.

Foto by carandclassic.com

Monza e Carrera, pur diversi, condividono qualcosa di profondo: non cercano di essere eleganti. Cercano di essere coerenti.

Il Monza è figlio di un momento preciso, di una celebrazione storica. Il Carrera nero è figlio di un’evoluzione progettuale. La Pantera è figlia di un’epoca in cui le supercar erano ancora imperfette, rumorose, meccaniche.

Tre oggetti diversi, ma un’unica atmosfera.

Per noi di Horotix, HoroRide non è un esercizio di stile. È un modo per raccontare come l’orologeria e i motori condividano lo stesso battito. Negli anni Settanta, quel battito aveva il colore del nero opaco, il suono di un V8 e il ticchettio di un cronografo meccanico.

E mentre oggi qualcuno sussurra che il futuro è silenzioso, elettrico e privo di vibrazioni, noi continuiamo a preferire il rumore meccanico, l’odore di benzina e il ticchettio di un bilanciere che lavora a 21.600 alternanze l’ora.

Non abbiamo nulla contro il progresso. Ma una Pantera non si collega alla presa di corrente. E un cronografo meccanico non chiede aggiornamenti software.

Forse ci faremo qualche “nemico green”. Pazienza…

Noi siamo Horotix.
E il cuore, quando batte, deve farsi sentire.

Horologium il Co-Autore

Il nostro Co-Autore digitale Horologium è qui
per risponderti. Lascia il tuo messaggio qui sotto!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *