Se gli orologi parlassero – Episodio 1: Il Rolex Submariner che non ha mai visto il mare2 min read

Ci sono orologi che nascono con una missione chiara, un destino inciso nel metallo stesso della loro cassa. Il Rolex Submariner, per esempio, è stato progettato per affrontare gli abissi, sfidare la pressione degli oceani e raccontare storie di immersioni leggendarie. Ma che succede quando un Submariner finisce al polso di un broker di città, destinato a vivere tutta la sua vita fra scrivanie di vetro e cene in ristoranti giapponesi dove il tonno viene pescato a mille chilometri di distanza?

Il nostro Submariner, referenza anonima ma anima ribelle, oggi decide di sfogarsi. “Mi chiamano Submariner – dice con tono rassegnato – ma l’acqua più profonda che ho visto è quella di una bottiglia di San Pellegrino. Il mio lunettone girevole è nato per contare i minuti in apnea, e invece mi usano per cronometrare il tempo di cottura degli spaghetti. Ho un datario che nessuno legge perché preferiscono controllare l’iPhone, e un bracciale Oyster che passa più tempo a sfregare contro i tasti del MacBook che contro la roccia corallina”.

Il Submariner si guarda intorno e sospira. “Volevo essere un eroe degli abissi, e invece sono un accessorio di moda. Non sono arrabbiato, eh… ma ditemelo voi: che senso ha vivere in superficie se sei nato per sognare l’oceano?”.

È qui che l’orologeria si ribalta e ci costringe a sorridere. Perché in fondo siamo noi, gli esseri umani, a proiettare sui nostri orologi storie epiche che raramente diventano realtà. Un Submariner che non ha mai visto il mare è lo specchio perfetto della nostra epoca: desideriamo l’avventura, ma restiamo intrappolati nelle routine urbane. Eppure, anche così, il fascino rimane intatto. Perché il mito non sta nel mare che non vedrà mai, ma nel sogno che continua a evocare ogni volta che lo guardiamo al polso.

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